ANNO 5 - NUMERO 54 - EDIZIONE 2009 - DEL 12/10/2009
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POPULISMO O PARACULITE?
La classe politica, ormai lontana dalla volontà del Paese, scopre alcuni rimedi per smorzare le riforme troppo innovative e appropriarsi di qualche merito pur non muovendo un dito. Si cerca ancora di nascondere lo strappo avvenuto tra la classe politica e l’elettorato, attribuendosi meriti, animando polveroni fumosi e tacciando di populismo chiunque tocchi i loro interessi. Una magica parola per governare indisturbati.
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Capita certe volte, che all’interno di un qualche dibattito politico, mentre le parti interpretano pedissequamente i loro ruoli assegnati, (alzare polveroni, affermare che il governo è instabile o che l’opposizione sia antidemocratica, insomma quel polverone che solitamente occupa i nostri TG e ci tiene distratti) se ne esca un “battitore libero” che in quattro e quattr’otto risolverebbe la questione.
Faccio un esempio di fantasia: ad esempio se si stesse discutendo di che tipo di tagli operare per migliorare la condizione economica del Paese, potremmo trovarci con la maggioranza che vorrebbe tagliare i fondi all’esercito e magari l’opposizione che vorrebbe più tagli nel personale dell’industria; magari potrebbe uscire qualcuno, indipendentemente dal partito d’appartenenza e dire “potremmo tagliarci gli stipendi noi politici, rinunciare alle auto blu e fare i pulmini blu che portino 6/7 parlamentari alla volta”.
Questo battitore libero, questo semplificatore di problematiche, molto probabilmente metterebbe d’accordo tutto il parlamento almeno sull’accusa che gli verrebbe mossa: POPULISTA!
 
Questa parola, questo insulto, starebbe a significare il desiderio di raccogliere un forte consenso popolare, da parte di un politico, promettendo semplici soluzioni che poi non si potrebbero applicare, diciamo un sinonimo di demagogia, ma con la captatio benevolentiae del popolo inclusa. Continuiamo con gli esempi: se io fossi un politico, sapessi che il mercato italiano è fermo, che il tasso di disoccupazione è in crescita e che non sono previste agevolazioni per i lavoratori e promettessi di elargire un milione di posti di lavoro in un anno, sarebbe populismo, ma se promettessi, seguendo l’esempio precedente, di tagliare del 50% i costi di manutenzione della classe politica e poi lo facessi, sarebbe populismo o rispetto del volere del popolo?
Perché la radice è la stessa, ma la sostanza è opposta.
 
Eppure, di proposte populiste, ne vengono fatte quotidianamente, ma quelle che il popolo così intende, chissà perché, il mondo della politica non le riconosce mai.
Prendiamo l’attuale governo: dopo quasi 8 mesi dalla sua elezione, l’elettorato italiano ancora aspetta che si metta mano a quelle questioni che gli hanno consentito di essere eletti: pacs, riforma scolastica, pensionistica, sanitaria, lavorativa eccetera.
 
Ad oggi, gli atti concreti del governo: creazione di nuovi posti di lavoro nel mondo della politica per qualche amico rimasto fuori; spartizione del potere; accontentare l’alleato democristiano Mastella; elaborare una finanziaria così fumosa da aver disorientato anche colui che l’ha stesa. Ah sì: tentativo di risolvere il problema taxi, subito sfuggito di nuovo al controllo. Ma allora, tutti i voti dei gay e conviventi, professori e ricercatori, precari e dipendenti li avete presi con una proposta populista? Ovviamente no, direbbero loro.
 
E il ministro Bersani, allora?
Economista serioso e competente, va in televisione e snocciola dati allarmanti in molti settori dell’amministrazione dello Stato, promette modifiche degne di Zapatero e di rivoluzionare l’Italia.
Eppure ritroviamo, anche nel serio Bersani, un’abitudine all’appropriazione indebita di merito, tutta italiana.
Così, mentre Andrea D’Ambra, sconosciuto a quasi tutti, mette in piedi un sito, raccogliendo 800.000 firme presentate all’AGCOM per chiedere l’abolizione dei costi di ricarica dei cellulari, quando ormai questo ignoto cittadino sta per vincere una battaglia enorme, tutto da solo, arriva il ministro, dichiara che agirà in materia e si prende i meriti?
Ma come?! Andrea D’Ambra ha lavorato per mesi, mandato mail, fatto catene, organizzato banchetti e si è “smazzato” tutto il lavoro e ora gli si leva il merito della battaglia per attribuirsi una sensibilità alle esigenze dei consumatori che a forza di stare in tv e al ristorante si è persa?
E questo, se non paraculaggine, non è populismo?!
di Marco Balvetti

anno 4 - numero 4 - edizione 2007 - del 15/01/2007
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