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INTERVISTA A MONICA GIOVINAZZI: UNA GIOVANE REGISTA E IL SUO TEATRO |
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Monica Giovinazzi è una giovane regista e non solo. Di formazione umanista, coniuga la sua attività teatrale con quella di operatrice culturale. È fondatrice e presidente dell’associazione Raabe che gestisce un centro culturale indipendente nel rione Trastevere a Roma, dove vengono ospitate performance, laboratori ed esposizioni di arte figurativa, oltre a numerose attività didattiche (teatro, voce, teatrodanza, letture drammatizzate e altro). La sua attività come autrice, dopo una fitta serie di momenti formativi – voce, teatro, canto, flauto traverso, movimento con diversi maestri, in Italia e all’estero - inizia nel 1995 con la raccolta di liriche Nomi cose città e prosegue con lavori drammaturgici di cui è regista e spesso interprete, con il gruppo RaabeTeatro. Le abbiamo fatto alcune domande per conoscere meglio la sua attività e il suo lavoro |
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Monica Giovinazzi è una giovane regista e non solo. Di formazione umanista, coniuga la sua attività teatrale con quella di operatrice culturale. È fondatrice e presidente dell’associazione Raabe che gestisce un centro culturale indipendente nel rione Trastevere a Roma, dove vengono ospitate performance, laboratori ed esposizioni di arte figurativa, oltre a numerose attività didattiche (teatro, voce, teatrodanza, letture drammatizzate e altro). La sua attività come autrice, dopo una fitta serie di momenti formativi – voce, teatro, canto, flauto traverso, movimento con diversi maestri, in Italia e all’estero - inizia nel 1995 con la raccolta di liriche Nomi cose città e prosegue con lavori drammaturgici di cui è regista e spesso interprete, con il gruppo RaabeTeatro. Le abbiamo fatto alcune domande per conoscere meglio la sua attività e il suo lavoro.
Monica, come è nata l'idea di fondare l'associazione Raabe e a quali esigenze risponde?
Ho sempre pensato che la rivoluzione si attui dal basso, a partire dalla cultura. “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Che bisogna armarsi di altri strumenti e muoversi su un’altra scacchiera per essere attori di questo tempo, raffinando innanzitutto la capacità critica. “…l’inferno dei viventi –scrive Italo Calvino nelle Città invisibili- non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio...' E di spazi ne ho aperti due: uno nel cuore di Roma, a Trastevere, una ex bisca che funziona per laboratori e performance, luogo di formazione – l’associazione Raabe da diversi anni è anche uno dei centri Unla (Unione contro l’analfabetismo di ritorno) e tra gli Enti accreditati presso il Ministero della Pubblica Istruzione per rilasciare crediti formativi. L’altro spazio l’ho aperto lo scorso anno a Vienna collaborando con enti e università per la divulgazione della cultura italiana all’estero. Certo la strada è tutta in salita: qui a Roma sono 10 anni che ci autofinanziamo! Arthur Rimbaud diceva '...Credo di essere all'inferno, tuttavia sono qui...' e dunque è per quel tuttavia che non lascia quieti, ma che stuzzica la vita al movimento che non mollo.
I suoi spettacoli affrontano temi e situazioni molto diversi: dalla santità all'arte, dal sacro al popolare, dal ruolo della donna al mondo dei bambini, dai mass media alla vita metropolitana, solo per citarne alcuni. Qual è l'idea di fondo che lega questi temi?
L’osservazione arguta della realtà, gli occhi spalancati sul mondo che mi circonda e la necessità di sostare a riflettere sulle “stonature”. Così la vita frenetica dei bambini/pacco postale trascinati in ritmi adulti (Karusell); il corpo femminile stressato da pretese d’eternità, incrostato da giochi di ruolo atavici e piagato dalla strenua ricerca d’una via d’uscita (Un corpo geometrico, Medea’s sauce, Usa & getta); o semplicemente e tragicamente la distrazione dall’essere e dell’essere umano (Il respiro di Bernhard, Vacuum, Rischio di fogna urbana); o mettere il dito nella piaga delle contraddizioni cui ormai siamo abituati nel “embè che fa’, embè ecchesaràmmai, che ho detto: la sagra del signore della nave mentre si squarta il maiale –il mio ultimo spettacolo dall’omonimo testo di Pirandello– durante il quale il pubblico mangia e continua a restare seduto mentre tutti, attori musicista e orchestratore, si allontanano in processione. E l’applauso è per l’assenza.
In uno dei suoi ultimi spettacoli 'La sagra del signore della nave' di Pirandello il pubblico partecipa a una specie di convivio insieme agli attori. Qual èla sua idea del rapporto fra pubblico e teatro?
Quando affronto un testo o metto in atto una performance non posso prescindere dal pubblico, dalla sua sistemazione nello spazio, dalla sua azione. Il pubblico fa parte dell’evento come la scelta dello spazio, della luce. E ogni volta, per me, il suo comportamento è fonte di studio. Per questo non amo gli spazi con seduta fissa, che obbligano alla frontalità. Lo spazio deve essere studiato, gli input da trasmettere al pubblico devono essere molteplici e dunque non possono limitarsi al testo o all’immagine. A volte è necessaria la comodità o la scomodità per entrare a pieno nell’evento, sbirciare, o andare a tentoni per mettere in moto altri livelli di percezione. Il discorso è sempre lo stesso: che si esca dall’evento con un tarlo in moto, la curiosità per un testo, la voglia di parlarne – per questo si resta sempre un tempo a decantare lo spettacolo insieme, a parlarne e chiedere, non si chiude il sipario e buonanotte.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Sto lavorando su Rabelais il grande e ficcante critico di costumi politica e morale religiosa attuale quant'altri mai e preparo una regia di Party time di Pinter, e sto realizzando un documentario teatrale su Giacomo Leopardi e il pensiero dominante, un Ipertesto leopardiano con performance e installazione fatta di testi e spartiti ragionati di alcune liriche. L’associazione Raabe sta producendo diversi documentari in questo periodo (approfondendo particolari aspetti di autori italiani D. Buzzati- il cammino dell’uomo, L. Pirandello – sciagura follia sequestro; riportando l’attenzione su artisti poco conosciuti in Italia, o dimenticati: P. Carpi, La pittrice espressionista Paula Modersohn-Becker, la scultrice Camille Claudel, Tadeusz Kantor, e altri sono in cantiere).
Il documentario teatrale rappresenta la formula che meglio si adatta alla necessità d’affrontare un artista nella sua integrità, rispettandone forme, formule ed informazioni. Inoltre è il luogo privilegiato della ricerca e lo spazio per la messa in opera di intuizioni e segni lanciati attraverso opere ed anni: per sua natura non deve prendere posizione o interpretare, ma rendere una serie di input meditati attraverso un attento studio di tutto il materiale esistente sull’argomento e creare link aperti o insinuare tarli e curiosità, lanciare domande. Lavoro, perché la strada è quella giusta. Io credo che in questo momento sia urgente attivare quanto più possibile un'azione di indagine, approfondimento e produzione relativa ad autori, argomenti, persone che ognuno di noi ritiene interessanti e portatrici di valori e segni. Leopardi in alcune pagine dello Zibaldone diceva che soltanto nel tempo e nel progetto dello studio può prender forma 'il piacer della lettura', questo piacere del testo ritagliato nella fatica dello studio che apre le porte alla creatività al viaggio della mente. E dunque l'invito che ci rivolgo è quello di proporre altri temi da approfondire, dando voce agli interessi che ognuno di noi coltiva o che vorrebbe coltivare. Attiviamo una comunanza di saperi e pensiamo alla maniera migliore di renderli godibili e dunque fruttuosi. Che un tarlo rimanga sempre a rodere, questo il mio augurio.
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di graziella travaglini
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