CCSNews
calcio giovanile

Calcio giovanile: con lo stop, soldi buttati da genitori e nonni

In Italia, il calcio giovanile viene vissuto male da genitori e nonni. Il più brocco dei figli e dei nipoti viene paragonato, in famiglia, a un fenomeno atletico e tecnico. Con la speranza che il bambino-ragazzino un giorno esploda, arrivi ad alti livelli e firmi contratti da capogiro in un grande club, genitori e nonni si svenano. 

C’è il costo delle scarpette: roba di lusso. Col piede che cresce di continuo. Poi l’iscrizione al club. Più la benzina per portare avanti e indietro il pargolo: il tragitto casa-campo di allenamento. Quindi gli stage estivi, invernali, di Pasqua. Sui campi di calcio, genitori e nonni impazziscono: urla, insulti. Il football è un gioco di contatto, dove è ammesso lo “sporco”: puoi fare fallo di proposito. Litigano, si pestano.

Adesso, col Covid, il calcio giovanile è fermo. Decisione sacrosanta. Altro che discoteca: qui i ragazzi, sputandosi di continuo addosso in modo più o meno involontario, si infettano di coronavirus. Che viene poi passato allo stesso nonnino, in tribuna a strillare e a discutere dei fischi arbitrali. Il calcio non deve più ripartire per anni: siamo in emergenza sanitaria.

Uno stop al calcio giovanile che equivale a una barca di quattrini gettati alle ortiche. Chi oggi ha fra i 12 e i 17 anni, non ce la farà a recuperare. Il povero campioncino fenomeno, che in realtà era un brocco, è un frustrato causa genitori e nonni. Che a loro volta impazziscono per il fermo del calcio giovanile. Un salasso economico a vuoto. Un mutuo a perdere.