Conti Correnti, attenzione ai prelievi: quando scatta l’allarme per il Fisco

monete e banconote euro con la calcolatrice

Nel corso degli ultimi anni abbiamo registrato in Italia una stretta graduale sul denaro contante. Il quadro normativo attualmente in vigore, infatti, preme affinché imprese e cittadini siano sempre più predisposti all’uso sistematico, cioè abituale, di strumenti di pagamento tracciati.

Così facendo le transazioni economiche diventeranno via via sempre più trasparenti per il Fisco, il quale riuscirà più facilmente a individuare gli evasori fiscali, intervenendo prontamente. Sin dall’avvento del Governo Monti, abbiamo intrapreso, come Paese, un processo di disincentivo al contante. L’Amministrazione tributaria si prefigge il compito di recuperare il “sommerso”, un problema concreto e ‘percepibile’ con mano. 

Il report del Nucleo speciale entrate della Guardia di finanza

Agenti Guardia di finanza

Lo scorso gennaio, nel report annuale curato dal Nucleo speciale entrate della Guardia di finanza, sono emersi dati allarmanti. Nel 2017 il valore aggiunto generato dall’economia non osservato, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, riportava nel dossier un valore di 211 miliardi di euro, rispetto ai 207,7 miliardi di euro nel 2016, per un aumento pari all’1,5 per cento. L’incidenza sul PIL (Prodotto Interno Lordo) è del 12,1 per cento: 192 miliardi sono dovuti al nero, mentre l’attività illegale vale circa 19 miliardi.

Il 15,5 per cento delle unità di lavoro, cioè 3 milioni e 700 mila, non sono in regola. Nella media del quinquennio tra il 2012 e il 2017 il complessivo gap riferito all’Irpef da lavoro autonomo, IRAP, IRES, IVA, locazioni e canone Rai ammonta a 85,9 miliardi di euro, di cui 14,1 miliardi dovuti a omessi versamenti ed errori su imponibili dichiarati. Prendendo pure atto dell’evasione sulla cedolare secca, sull’IMU e sull’IRPEF sul lavoro dipendente si arriva a circa 98 miliardi. Infine, se si aggiunge anche l’evasione dei contributi, ecco che si giunge a un totale di circa 110 miliardi euro l’anno sottratti al Fisco.  

Il quadro normativo in vigore nel nostro Paese renderà inevitabilmente le transazioni economiche maggiormente trasparenti. Proprio i conti correnti sono sempre più passati sotto la lente d’ingrandimento dell’AdE, che esegue gli accertamenti pure sui prelevamenti degli italiani in modo particolarmente puntiglioso. Insomma, è ben difficile che le sfugga qualcosa e perlomeno questo dovrebbe costituire un deterrente sufficiente a porre in pratica comportamenti illegali, contrari ai principi di legge. 

Conto corrente all’estero

conto corrente aperto all'estero

Omettere di comunicare un conto corrente detenuto all’estero comporta dei rilevanti rischi. Non tutti i rapporti con intermediari finanziari ed istituti di credito esteri sono infatti evidenti all’AdE, per tale ragione i cittadini hanno l’onere di dichiararli. L’apertura di un conto corrente in un altro Paese dell’Unione Europea è una scelta assolutamente legittima, tanto che diverse nuove banche pubblicizzano i loro conti oltreconfine.

Il discorso cambia, e di parecchio, qualora la banca abbia sede al di fuori dell’UE, soprattutto se lo Stato individuato è ritenuto un paradiso fiscale o è stato inserito nella black-list con il Decreto Ministeriale (DM) del 23 gennaio 2002. Il Fisco monitora con attenzione i movimenti di denaro dei cittadini italiani in tali Paesi, in quanto spesso celano attività illecite. 

L’Agenzia delle Entrate possiede una notevole mole di dati circa i capitali detenuti dai cittadini italiani all’estero. Il Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) numero 917 del 1986 prevede che dichiarino i propri rapporti bancari intrattenuti. Per ottemperare alle disposizioni della normativa basterà indicate le rispettive giacenze oltreconfine nel quadro RW della dichiarazione dei redditi. La Legge numero 50 del 2014 limita l’obbligo di dichiarazione ai rapporti che abbiano superato il limite di 15 mila euro anche per un solo giorno.

Pertanto, è essenziale verificare attentamente l’estratto conto. È, infatti, sufficiente un solo giorno di mancata dichiarazione per essere passibili di pesanti sanzioni amministrative da parte delle autorità. Fra l’altro, a supporto dell’attività di monitoraggio fiscale, l’Italia ha sottoscritto vari accordi internazionali. I principali sono il Common Reporting Standard, siglato con altri 17 Stati europei ed il FATCA con gli Stati Uniti d’America. 

Inoltre, il contribuente ha l’obbligo di compilare l’apposito quadro RW della propria dichiarazioni dei redditi qualora il saldo medio del conto corrente estero sia maggiore a 5 mila. Qui scatta l’IVAFE, un meccanismo analogo a quello previsto per i c/c italiani. Gli istituti di credito hanno il compito di determinare la giacenza media annua dei correntisti. Al superamento di un saldo medio di 5 mila euro applicheranno 34,20 euro a titolo di imposta di bollo. Dunque, l’imposta è irrisoria ma se non si dichiarano tali conti correnti c’è il rischio di ricevere pesanti sanzioni. Secondo quanto disciplina la Legge numero 97 del 2013, le multe variano da un minimo del 3 per cento a un massimo del 30 cento di quanto non dichiarato, a seconda del Paese in cui il contribuente commette l’infrazione.

Conto corrente in Italia

mastercard card

Una anagrafica specifica a disposizione del Fisco riporta, invece, perennemente ciascun conto corrente presso banche italiane. Le operazioni di prelevamento e versamento sono monitorate costantemente da sistemi informatici in grado di rilevare irregolarità e anomalie. L’obiettivo è portare a galla transazioni in nero e pertanto contrastare la piaga dell’evasione fiscale. Perciò si potrebbe ritenere che l’attenzione dei funzionari dell’Erario sia prevalentemente rivolta ai versamenti. 

In verità, pure i prelevamenti possono considerarsi sospetti e diventare perfino motivo di contestazione di redditi non dichiarati. Sulla carta un controsenso, poiché i lavoratori dipendenti hanno facoltà di prelevare lo stipendio intero senza finire oggetto di alcuna verifica. Addirittura parecchi pensionati preferiscono tuttora ritirare il loro assegno previdenziale direttamente in contanti presso gli uffici postali. Per i professionisti e i titolari d’impresa esistono, tuttavia, limitazioni aggiuntive. 

La legge italiana permette di presumere il reddito di un lavoratore autonomo dalle transazioni bancarie effettuate in un certo arco temporale. I Decreti del Presidente della Repubblica 600/1973 e 633/1972 disciplinano le assunzioni che il Fisco ha la facoltà di effettuare circa il reddito d’impresa, traendo fondamento dagli estratti conto. Nella fattispecie, la normativa intende indagare le movimentazioni in contanti superiori a 1.000 euro giornalieri o 5 mila euro mensili.

Al di sopra di tale soglia l’AdE può presumere l’acquisto di beni o servizi in grado di generare reddito non dichiarato. Il contribuente rischia di trovarsi in seria difficoltà perché gli toccherà fornire prova evidente di non aver impiegato i contanti per eludere il Fisco. Eppure, l’ordinanza 26768/2020 della Corte di Cassazione stabilisce che il soggetto potrà giustificarsi anche indicando parenti e familiari come beneficiari dei pagamenti. 

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