Legge 104 lavoratori: quale contratto e quanto guadagnano in media

Lavoro per disabili in un disegno

I lavoratori tutelati dalla Legge 104 quale attività svolgono e che retribuzione percepiscono in media nel nostro Paese? Spesso su queste pagine ci soffermiamo sui diritti delle comunità di persone più fragili e sulle misure introdotte dalle autorità competenti in merito. Un argomento visto sotto una differente e interessante chiave di lettura dalla giornalista Lara Mariani, che per il sito Informazionesenzafiltro.it, si è occupata dei lavoratori affetti da disabilità che operano in Italia: una realtà spesso taciuta, di cui è dato sapere poche informazioni, ma che non per questa ragione risulta meno interessante, a maggior ragione sotto il piano informativo, statistico e socio-professionale. 

Legge 104 lavoratori: quali attività professionali svolgono?

Prima di soffermarci nello specifico sui risultati dell’indagine condotta da Lara Mariani occorre fare alcune premesse. La più importante, questo senza ombra di dubbio, è che le stime risalgono al periodo ante Covid-19, vale a dire prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria e di tutte le conseguenze che ha comportato. Comunque sia, anche se raccolti mesi fa, i dati permettono di conoscere in maniera più approfondita determinati argomenti, prevalentemente legati alla tipologia di lavoro e di contratto che i disabili hanno e alla retribuzione che percepiscono. 

Il primo aspetto di fondamentale importanza attiene alla collocazione, da non confondere con la postazione di lavoro. Difatti, la giornalista ha contattato Gabriele Gamberi di Asphi, una fondazione che si occupa di tecnologie digitali mirate al miglioramento della qualità dello stile di vita dei soggetti colpiti da handicap. Nessuno va oltre alla postazione lavorativa – ha esordito Gamberi – ma quello dovrebbe essere l’ultimo dei pensieri. Un accomodamento per potersi ritenere ragionevole deve includere la capacità di ripianificare il lavoro e le sue tempistiche, deve comprendere la formazione del personale al servizio dell’azienda, l’identificazione di un mansionario corretto e solamente poi l’andamento delle postazioni. Insomma, ancora troppo spesso si prende in analisi la situazione in maniera fin troppo semplicistica. Le postazioni contano, ma prima è determinante curare con attenzione gli aspetti sopra menzionati. Un processo che, per quanto sia lungo e laborioso, è imprescindibile se l’obiettivo è di costruire l’identità del lavoratore e non l’identità del disabile. 

La metodologia IPS

Un altro tema meritevole di essere analizzato a fondo riguarda il metodo IPS. Si tratta di un acronimo che sta per Individual Placement and Support, in sostanza un sostegno offerto alla persona che ha un disturbo mentale, cosicché svolga nella maniera corretta tutte le attività di ricerca di occupazione. 

La metodologia è una tecnica rivoluzionaria, nata presso il New Hampshire Dartmouth Psychiatric Research Center, diretto da Robert Drake, e già applicata con successo negli Stati Uniti d’America. Il metodo supera la mentalità assistenziale e consente alla persona – e non più al paziente – di raggiungere posizioni che ne stabiliscono l’inclusione sociale, con vantaggi innegabili per la sua salute mentale, il suo nucleo familiare, la società e con significativo abbattimento delle spese sociali. 

A differenza di altri approcci riabilitativi professionali, come borse lavoro o inserimenti protetti, il metodo non si sofferma su valutazioni formative e preliminari, bensì punta direttamente alla ricerca attiva di un impiego, agendo sulla sfera del “saper essere” e non limitandosi a quella del “saper fare”. 

I criteri minimi di inclusione nel progetto sono:

  • avere una forte motivazione;
  • effettuare una esplicita richiesta di impiego;
  • essere disoccupato o inoccupato.

Avere una diagnosi grave non costituisce motivo di esclusione. L’importante è che, al momento dell’invio, l’utente sia motivato. La motivazione è l’elemento centrale, poiché permette di affrontare lo stress associato alla ricerca di un’occupazione. Da un punto di vista puramente operativo, si occupa dell’intervento personale specializzato. Il loro compito è di affiancare l’utente nella ricerca del lavoro, vagliando le opportunità presenti sul mercato senza però sostituirsi a lui, impartendo consigli e aiutandolo in tutti i vari step atti al raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Anche nella fase di collocazione al lavoro, continuano a seguirlo e fornirgli il supporto necessario tramite sinergie con i servizi di salute mentale, con la famiglia, con i colleghi di lavoro e mettendo in pratica ciascuna misura e intervento finalizzato al mantenimento della sua posizione occupazionale. 

In che consiste lo spiega pure Vincenzo Trono, educatore del Dipartimento di Salute Mentale della AUSL (Azienda Sanitaria Locale) di Bologna. Come abbiamo già detto, il processo si traduce in una serie di fasi, dalla preparazione del Curriculum Vitae (CV) alla ricerca delle offerte di lavoro, fino alla preparazione per i colloqui. Tutto ciò risulta parecchio stimolante per l’individuo, poiché viene aiutato concretamente a cercare l’occupazione da lui desiderata, in linea con quelle che sono le sue aspirazioni. 

Eppure sussiste sempre il timore, da parte del potenziale datore di lavoro, che la disabilità psichiatrica sia in grado di provocare problemi. La convinzione è falsa, nel senso che il metodo IPS è di conclamata efficacia. Un valore aggiunto rispetto ad altre tecniche sperimentate in passato risiede nel fatto che è rivolto all’identità della persona e al rafforzamento delle sue motivazioni. 

L’attività della cooperativa sociale

Per concludere, c’è la cooperativa sociale CIM. La Taverna del Castoro è un esempio eclatante, la cui situazione rischia di assurgere a simbolo per chiarire le nette differenze tra il pre e il post Covid-19. Remo, responsabile educativo della cooperativa, ha sottolineato come i lavoratori disabili della cooperativa siano nove, quattro addetti al confezionamento e all’assemblaggio, tre al ristorante, uno in ufficio e uno nel servizio di pulizia. Ciascuno di loro lavora assunto con contratto part-time da impiegato, lavapiatti e operaio generico. Il livello contrattuale – ha specificato Remo – è quello sancito dal CCNL cooperative sociali e nello specifico è un B1 o un A2. Il primo corrisponde al ruolo di addetta alla segretaria, il secondo all’operaio generico addetto a mansioni semplici, con rispettivamente una retribuzione lorda di 1.250,81 euro e 1.195,13 euro. Tuttavia, la retribuzione va rapportata al numero di ore lavorative indicate nel contratto, che per l’appunto è a tempo parziale. 

Relativamente ai tirocinanti, questi sono 19 nel confezionamento e nell’assemblaggio e 6 nel ristorante. Per loro nessuna retribuzione, quanto piuttosto un’indennità che l’ente promotore corrisponde, in linea con le linee guide contenute nella Legge Regionale n. 1 del 2019. In presenza di un monte ore superiore a 100 mensili, e con almeno il 70 per cento di presenze nel periodo, il corrispettivo riconosciuto è pari ad almeno 450 al mese. L’indennità presenta un importo inferiore se le ore sono tra 51 e 100. 

Allo stato attuale, con lo scoppio della pandemia, ciascuna attività di CIM è sospesa. Esclusivamente il ristorante si è organizzato in maniera tale da effettuare consegne a domicilio. Forse – ha concluso Remo – sarà necessario organizzare dei tavoli di trattativa e premunirsi per la cassa integrazione. Un qualcosa di mai accaduto in 32 anni di operatività. 

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