Ecco la riforma delle pensioni targata Inps, i 4 punti cardine del dopo quota 100

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Post quota 100, scalone 2022, ritorno della Fornero, sono questi gli scenari futuri delle pensioni, almeno fino ad oggi. Scenari non certo positivi, tanto è vero che governo e sindacati stanno lavorando ad una riforma delle pensioni che dovrebbe evitare e risolvere proprio tutti questi nodi.

Molto importante da questo punto di vista la proposta di riforma che l’Inps ha fatto recapitare al governo. Una proposta di cui si è tanto parlato dopo l’audizione a Montecitorio del Presidente dell’Inps di qualche giorno fa.

Durante la consueta Relazione Annuale Inps del Presidente Tridico,  uscirono diverse linee guida che secondo l’Inps il governo dovrebbe seguire per riformare il sistema. Approfondendo tutto, l’Inps ha fissato 4 punti cardine della ipotetica nuova riforma del sistema.

Cosa succederà dal 2022 sulle pensioni

I problemi previdenziali si manifesteranno tutti dal 2022. Senza una profonda riforma, il primo nodo sarà la fine di quota 100. La misura scade il 31 dicembre 2021 e l’uscita a 62 anni di età con 38 di contributi come soglie minime non sarà più fruibile.

Senza quota 100 si torna diritti verso la legge Fornero. La quota 100 infatti, pur se tra mille difetti, ha permesso e continuerà a farlo, uscite dal lavoro anticipate rispetto alle norme Fornero. Non era una misura che ha cancellato la riforma del governo Monti, ma a qualcuno è servita. Senza la quota 100 salta una opzione di uscita anticipata, questo è fuori discussione.

E dal 2022 il ritorno alla Fornero prevede l’inevitabile scalone di 5 anni. Chi non riesce a centrare i 62 anni di età o i 38 di contributi entro il 2021, subirà questo scalone. Anziché uscire a 62 anni si dovrà attendere il 67imo anno di età, cioè 5 anni più tardi.

Per questo occorrono misure alternative, che permettano di ammorbidire il colpo per i lavoratori, evitando situazioni che richiamano agli esodati della legge Fornero.

I 4 punti cardine della proposta Inps

E in questo scenario che si incastona la proposta dell’Inps. Una proposta che si basa su 4 fondamentali che sono:

  • Flessibilità in uscita;
  • Interventi per i lavori logoranti;
  •  pensione di garanzia per i giovani;
  •  Copertura dei buchi assicurativi per le carriere discontinue.

Abbassare l’età pensionabile è il punto cruciale della proposta dell’Inps. Uscita a 62 anni di età e con 20 anni di contributi, questo il tetto. A quella età si potrebbe chiedere  l’ anticipo del trattamento pensionistico.

In questo caso le vie sarebbero due. La prima è quella classica, con l’assegno che verrebbe erogato già a 62 anni e calcolato solo sulla parte contributiva dei versamenti. La parte retributiva dei contributi versati scatterebbe a 67 anni, quando di fatto la pensione verrebbe ricalcolata ed aumentata.

La seconda strada invece prevede la richiesta di un anticipo della parte retributiva di pensione, in  modo tale da prendere subito assegni più corposi. Ma a 67 anni quanto percepito di anticipo andrebbe restituito con trattenute mensili sulla pensione.

Dalla flessibilità alla pensione di garanzia, come funzionerebbero?

L’assegno verrebbe calcolato in una prima fase solo con riferimento alla parte contributiva. La parte retributiva scatterebbe invece una volta compiuti i 67 anni di età. Sarebbe inoltre possibile richiedere un anticipo del trattamento retributivo da scalare una volta maturato il diritto alla pensione piena.  

La flessibilità in uscita è alla base non solo della proposta dell’Inps, ma anche di quella dei sindacati o delle idee riformatrici del governo. Non esiste al mondo un sistema pensionistico basato sul calcolo contributivo degli assegni, che non preveda flessibilità.

Se una pensione è tanto più alta quanti più sono i contributi accumulati, inevitabile che al lavoratore deve essere data facoltà di scelta. La flessibilità è proprio questo, cioè il permettere ai lavoratori di lasciare il lavoro a loro scelta, rimettendoci in termini di assegno se si versano meno contributi.

Il punto sono i coefficienti di trasformazione del montante contributivo in  pensioni. Secondo l’Inps occorre abbassare l’età pensionabile, prevedendo coefficienti più vantaggiosi per chi versa di più ed esce più tardi dal mondo del lavoro. Se poi, per esigenze personali un lavoratore scegli l’uscita anticipata, deve fare i conti con una penalizzazione di assegno.

Libera scelta per il pensionato quindi, così come deve essere garantita una pensione minima ai giovani. La disoccupazione ed il precariato mettono a rischio le pensioni per le generazioni future. Le difficoltà a raggranellare periodi di contribuzione cospicui oggi sono un fattore da non sottovalutare.

Pensione giovani e gender gap

I giovani e le donne, queste ultime vittime del gender gap, sono i più penalizzati. Ecco perché occorre la pensione di garanzia come scialuppa di salvataggio. E tra l’altro andrebbero coperti i vuoti di contributi in carriere sempre più vessate dalla discontinuità di impiego. Una soluzione potrebbe essere il garantire la copertura figurativa anche ai periodi dedicati alla formazione.

Usare coefficienti più vantaggiosi per chi svolge lavori usuranti e gravosi è un’altra via tracciata dall’Istituto Previdenziale. Occorre prevedere misure che consentano uscite vantaggiose per chi svolge lavori logoranti nel fisico e nella testa.

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