Pensioni, come eliminare dal calcolo i contributi penalizzanti

pensioni

Non è una rarità che ci siano pensioni calcolate in maniera penalizzante non per errori da parte dell’Inps o perché alcuni contributi non vengono conteggiati. Ci sono pensioni penalizzate proprio dall’utilizzo della contribuzione versata, che alcune volte è dannosa. Ci sono contributi infatti che al posto di fare del bene, cioè al posto di incrementare l’importo della pensione, lo diminuiscono.

Anche se sembra una stranezza, questo accade soprattutto per la parte retributiva della pensione, cioè per quella parte di pensione calcolata con il sistema retributivo che notoriamente è più vantaggioso, ma come vedremo, non sempre. Ci sono soluzioni però, che permettono al lavoratore che accede alla pensione, di evitare questa sorta di penalizzazione, ma occorre rispettare determinate e precise condizioni.

Vediamo di approfondire tutto nel dettaglio e come funziona quella che viene comunemente chiamata sterilizzazione dei contributi.

Quando i contributi sono dannosi

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Contributi silenti, non utilizzati, diritti inespressi e così via, il sistema previdenziale italiano nella sua complicatezza non sempre riesce ad erogare ad un pensionato la pensione effettivamente spettante. A tutte quelle circostanze prima citate, con contributi versati e non utilizzati per il calcolo della pensione, si aggiunge il problema dei contributi dannosi, che abbassano l’importo della pensione.

Un problema questo che il sistema contributivo, adesso che diventerà radicato ed unico, non mischiandosi più con il sistema retributivo, risolverà al 100%. Spesso sono gli anni di carriera che rientrano nel sistema retributivo come calcolo dell’assegno a generare questa situazione negativa per quanto concerne l’importo delle pensioni. Tutto nasce dal meccanismo di funzionamento del sistema retributivo che calcola l’assegno previdenziale in base alle retribuzioni degli ultimi 5 o 10 anni di carriera.

Nel caso in cui un lavoratore  negli ultimi anni di carriera ha avuto una riduzione di stipendio e di retribuzione pensionabile, è evidente che queste situazioni andranno a ridurre l’importo della pensione spettante dal momento che è commisurata agli stipendi e non ai contributi. Un contributivo puro, cioè un lavoratore che ha versato sempre e solo nel sistema contributivo (inizio carriera dopo il 31 dicembre 1995), non potrà mai imbattersi in un problema come questo dal momento che la sua pensione sarà calcolata sul montante dei contributi.

Le tipiche situazioni che producono un abbattimento della retribuzione pensionabile sono i periodi di integrazione salariale, le disoccupazioni, le riduzioni di orario di lavoro, la prosecuzione volontaria dei versamenti o il cambio di lavoro.

Come eliminare dal calcolo della pensione i contributi dannosi

Non esiste legge o norma che il legislatore abbia previsto per eludere questo genere di problematica. È stata la giurisprudenza a risolvere il tutto, entrando in materia e stabilendo un principio che adesso è diventato regola e cioè che “gli ultimi anni di stipendio, se  ridotto non devono svalutare la quota retributiva dell’assegno”.

Un principio sacrosanto che riguarda come detto, solo la quota retributiva delle pensioni. Ma è un principio assoggettato a determinate e prescritte condizioni. Si tratta della facoltà concessa al lavoratore, di farsi escludere dal calcolo della prestazione una parte di quei contributi che incidono in maniera negativa sul rateo spettante. La facoltà di sterilizzare la contribuzione previdenziale è stata oggetto di numerose sentenze che ne hanno esteso il beneficio anche ad artigiani e commercianti.

Inoltre, è possibile sfruttare questo istituto, che ricordiamo, va richiesto tramite espressa domanda da presentare all’Inps, anche dopo il compimento dell’età pensionabile.

Esiste però un tetto massimo di contribuzione che è possibile neutralizzare dal punto di vista del calcolo, cioè non utilizzandola per poter ottenere un assegno previdenziale maggiore. Infatti la possibilità di sterilizzare la contribuzione è limitata a 5 anni, cioè a 260 settimane.

In altri termini, un lavoratore che si trova ad avere parte della prestazione trattata con il metodo retributivo, se negli ultimi anni di carriera ha contributi figurativi o altri periodi di lavoro con retribuzione inferiore a quella normale, può decidere di eluderli dal calcolo della prestazione, naturalmente presentando richiesta all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale Italiano.

Un’altra condizione importante da rispettare però è che i contributi da sterilizzare non devono servire per il diritto alla pensione. In altri termini, non devono essere utilizzati per i 20 anni di contribuzione minima per la pensione di vecchiaia o per i 42 anni e 10 mesi di contributi necessari per la pensione anticipata (occorre ricordare che per le donne la soglia è 41 anni e 10 mesi).

Per esempio, un lavoratore ha 67 anni di età e 25 anni di contributi, se può trovare conveniente sterilizzare 5 anni che sono deleteri per l’importo della pensione, può farlo perché restano comunque intatti i 20 anni di contributi minimi per avere diritto al trattamento previdenziale di vecchiaia. Se invece lo stesso lavoratore ha 22 anni di contributi ne può sterilizzare solo 2, mentre se ha solo 20 anni di contributi, la sterilizzazione non è sfruttabile.

La neutralizzazione dei contributi funziona rispetto alla pensione anticipata e alla pensione di vecchiaia. Non ci sono riferimenti della giurisprudenza alla pensione con quota 100 o agli altri scivoli previsti dalla normativa vigente che prevedono il calcolo della prestazione con il sistema misto.

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