Cobalto: bimbi in miniera, Glencore si oppone

cobalto

Chiamatelo cobalto insanguinato. È il minerale estratto dai bimbi nelle miniere del Congo: piccini che si feriscono, si ammalano, muoiono. A guadagnarci è il business del cobalto, prezioso come non mai per le batterie di smartphone e auto elettriche. Con lo sfruttamento dei piccoli, sottopagati e senza neppure uno straccio di garanzia. Schiavismo del 2020. 

Ma ora, accanto ai bi scende in campo Glencore, il maggiore produttore mondiale del metallo impiegato nelle batterie di auto elettriche e smartphone. Il gruppo svizzero è entrato a far parte della Fair Cobalt Alliance. Dietro, ong, governi e aziende private. Obiettivo: migliorare le condizioni di lavoro dei minatori artigianali, spesso disumane, contrastando in particolare l’impiego di manodopera infantile. Dramma che riguarda soprattutto la Repubblica democratica del Congo, da cui provengono circa due terzi delle forniture di cobalto.

Il guaio è che il controllo della filiera è difficile in un Paese in cui le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Il dio denaro che spinge l’essere umano a divenire una bestia di crudeltà inaudita, uccidendo i bimbi pur di accrescere la propria ricchezza in modo veloce e facile. I maliziosi però vedono la protezione di qualche interesse economico nella discesa in campo di Glencore.

Un fenomeno agghiacciante: 100.000 minatori artigianali impegnati nell’estrazione di cobalto in Congo. Nel 2019 circa il 10% delle forniture dal Paese erano di origine irregolare. E con la sempre maggior diffusione di smartphone e auto elettriche, il rischio che i numeri peggiorino sono notevoli.

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