Pfizer, il vaccino avrà conseguenze su BTP: non è però come si spera

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Ovviamente l’annuncio della società farmaceutica Pfizer – BioNTech, di stare attualmente sperimentando un vaccino contro il Covid-19, che risulterebbe efficace nel 90 per cento dei casi, è una bellissima notizia, anzi favolosa. Questo preferiamo sottolinearlo fin dal principio, onde evitare che il titolo dia l’impressione sbagliata.

Pfizer: il vaccino scuoterà il settore della finanza

La comunicazione diffusa dalla casa tedesca Pfizer ha già avuto un notevole impatto anche sui mercati finanziari. Con il boom di petrolio e borse, in modo inversamente proporzionale rispetto ai bond e all’oro, entrambi precipitati. Tuttavia, c’è qualcuno che rischia di pagare pegno, in quanto la possibile cura trovata avrebbe pure effetti collaterali in ambito finanziario.

Nella seduta di ieri, il rendimento dei Buoni del Tesoro poliennale (BTp) a scadenza decennale ha toccato il minimo storico dello 0,58 per cento, salvo poi risalire oggi sopra lo 0,70 per cento. Lo spread BTp-Bund è scivolato in prossimità dei 120 punti base, mentre il Bund decennale tedesco offre ora poco più del meno 0,50 per cento, ai massimi da un mese. 

Gli scenari più favorevoli per l’economia globale, qualora la pandemia finisse con la commercializzazione sin dai prossimi mesi di un vaccino anti-Coronavirus, non può che fare bene, in via generale, agli assets finanziari. Ma coloro che in questi mesi hanno tratto vantaggio dell’avversione al rischio degli investitori ne uscirebbero con le ossa rotte. E i titoli di Stato italiani figurano tra questi, non in quanto veri “safe assets”, bensì per la notevole riduzione del rischio sovrano avvertito da chi investe, grazie all’estremo sostegno garantito dalla Banca Centrale Europea (BCE). Nei paragrafi seguenti vi indicheremo tre ragioni per dubitare del prosieguo del rally obbligazionario laddove, effettivamente, il vaccino venisse presto immesso sul mercato. 

Come varierebbe la propensione al rischio se i test della Pfizer dovessero dare gli esiti sperati

Gli investitori riprenderebbero ad acquistare azioni e a vendere le cosiddette obbligazioni sicure, cioè quelli con rating medio-alti e/o emesse dagli Stati. Poiché la BCE ha nei fatti quasi sospeso con il varo del PEPP il rischio sovrano italiano, aggiunto all’intenzione espressa di sostenere i BTp finanche nell’eventualità di declassamento a “junk” (spazzatura, ndr), ecco che il rally rilevato negli ultimi mesi avrebbe i giorni contati. Da ieri, gli atti d’acquisto stanno perlopiù riguardando proprio le obbligazioni “junk”, le cui oscillazioni di rendimento sui mercati sono parecchio simili a quelli azionari, riflettendo quelli dell’economia. 

Reflazione 

Già il fatto che in un solo giorno il petrolio abbia registrato un rincaro del 10% dovrebbe già costituire un segnale di allarme. In effetti, il termine della pandemia ridarebbe all’economia vitalità, più velocemente delle previsioni, e lo scenario sarebbe compatibile con la reflazione, vale a dire con il ritorno dell’inflazione, in modo più o meno brusco. I rendimenti obbligazionari imposti dal mercato non farebbero che crescere. Difatti, un discorso sarebbe acquistare un BTp decennale allo 0,70 per cento con un’inflazione italiana negativa, un’altra farlo con un’inflazione positiva e magari tendente all’obiettivo della Banca Centrale Europea, vicino, ma leggermente inferiore al 2 per cento. 

Stimoli BCE

Al board indetto due settimane fa, il Consiglio dei governatori ha rimandato la decisione sugli stimoli monetari a dicembre, contemplando, tra le valutazioni che saranno effettuate durante l’ultima riunione dell’anno, pure la tempistica sul vaccino anti-Coronavirus.  

Che Francoforte varerà nuovi stimoli non è un’ipotesi, semmai una (semi) certezza, ma se per allora dovesse rendersi conto che il rischio di una prolungata pandemia sia sostanzialmente venuto meno, sicuramente avrà a che fare con le pressioni dei “falchi” guidati dalla Bundesbank, ossia la banca tedesca, per rafforzare moderatamente gli acquisti del PEPP e magari limitarli al prossimo 30 giugno, scadenza già fissata nella scorsa estate. 

In conclusione, è bene riflettere anche sul fatto che il rientro dell’emergenza Covid-19 avrebbe degli effetti sulla politica fiscale ultra-espansiva perseguita e sostenuta dalla Commissione Europea in via eccezionale. Ciò ridurrebbe addirittura le pressioni sui Governi per l’effettivo varo del Recovery Fund, che ha ricevuto una “calorosissima” accoglienza sul mercato, come l’avvio di una forma di condivisione dei debiti sovrani. D’altra parte diminuirebbero pure le emissioni di debiti necessari per far fronte ai contraccolpi economici causati dall’emergenza sanitaria. Con i riflettori inevitabilmente riaccesi sugli Stati fiscalmente più a rischio, Italia compresa. 

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